NOTIZIE CRONACA

Braccio di ferro tra Salvini e Ong: è il banco di prova della nuova direttiva


ROMA. E’ il primo banco di prova della nuova direttiva firmata ieri sera alle 22 in fretta e furia da Matteo Salvini mentre la Mare Jonio, che aveva gia’ disobbedito all’ordine di non avvicinamento al gommone in difficoltà arrivato dalla guardia costiera libica, coordinatrice dei soccorsi, stava già facendo rotta verso Lampedusa. Ed è il più duro perché per la prima volta il braccio di ferro tra il Viminale e le Ong riguarda una nave italiana alla quale, dunque, non può essere intimato ( come sempre avvenuto finora) di andare a sbarcare i migranti nel Paese di cui batte bandiera. Ma quale sarà la soluzione di questo braccio di ferro non è per nulla chiaro. Al momento le uniche cose certe sono che il Viminale non concederà l’approdo in porto e denuncerà il comandante della nave per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina se non per tratta di esseri umani.

Il diritto internazionale

Secondo il diritto internazionale e della navigazione, la Mare Jonio dovrebbe obbedire agli ordini che arrivano dal governo italiano, la cui indicazione – fissata appunto dalla direttiva antiOng firmata ieri sera da Salvini – è che “il modus operandi” di navi che soccorrono migranti in zona Sar non italiana e non sotto il coordinamento del centro di ricerca e soccorso di Roma e muovono poi autonomamente verso l’Italia sono “illegali” e costituiscono una “minaccia per la sicurezza pubblica”. Per loro dunque, ricorda la direttiva, non sussistono le condizioni di indicazione di un porto sicuro in Italia anche perché – dice il documento sdoganando per la prima volta anche la Libia come porto sicuro – “i porti libici, tunisini e maltesi possono offrire adeguata assistenza logistica e sanitaria essendo per altro più vicini”.

Il Viminale

Dunque, quel che sembra certo è che il Viminale si ritiene in diritto di non dover concedere alcun porto alla Mare Jonio senza per questo violare le norme internazionali della Convenzione di Montego bay. Ma cosa fare dei 49 migranti a bordo (di cui ovviamente nessun altro Paese ha il dovere di farsi carico) la direttiva del Viminale non lo dice. La conclusione del documento, rivolta ai vertici delle forze dell’ordine, della Marina e della Guardia costiera, si limita infatti ad un invito a “impartire le conseguenti indicazioni operative al fine di prevenire, anche a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l’ingresso illegale di immigrati nel territorio nazionale”.
Ma come non si sa. Da qui l’intimazione dell’alt da parte della Guardia di finanza all’ingresso nelle acque territoriali italiane, “contraddetto” ma solo apparentemente in punto di fatto dalla concessione del punto di fonda da parte della Capitaneria di porto di Lampedusa che ha il dovere innanzitutto di garantire la sicurezza dell’imbarcazione ritenuta in difficoltà per le condizioni meteomarine. 
Nell’impossibilità di chiudere fisicamente le acque territoriali con un blocco navale che le norme non consentono, e non è neanche di competenza del ministero dell’Interno, quello che si preannuncia è l’ennesimo braccio di ferro sulla pelle di 49 migranti nel quale questa volta (se non a livello di collaborazione politica) l’Italia non potrà invocare la responsabilità dell’Europa né pretendere una suddivisione in quote dei migranti. Anche perché – vale ricordarlo – quelli che l’Italia doveva prendersi dell’ultimo sbarco a Malta di una nave umanitaria destinati alle Chiese evangeliche – sono tutti a La Valletta.    .

L’approfondimento quotidiano lo trovi su Rep: editoriali, analisi, interviste e reportage.
La selezione dei migliori articoli di Repubblica da leggere e ascoltare.

Rep Saperne di più è una tua scelta

Sostieni il giornalismo!
Abbonati a Repubblica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *