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Mafia, chi è il capo di Cosa Nostra (e non è Messina Denaro)



È il grande latitante, ma non il grande capo. La lunga fuga di Matteo Messina Denaro, che da 26 anni si sottrae alle ricerche delle istituzioni, confonde spesso la percezione comune e porta a considerarlo l’uomo che comanda Cosa Nostra. Non è così. E non lo è mai stato.

Certo, Messina Denaro ha controllato e continua a gestire patrimoni immensi, nonostante i sequestri nei confronti dei suoi luogotenenti. E ha dimostrato una capacità unica nell’ingannare tutti gli investigatori, nonostante da decenni sia in cima alla lista dei Most Wanted. La sua storia criminale però è stata sempre confinata nel Trapanese, considerata una provincia ricca ma non strategica negli equilibri di Cosa nostra. Di questo territorio assieme al padre ha arbitrato le dinamiche mafiose dagli anni Ottanta. Ma stando ai pentiti solo nel 1998 ha ereditato il ruolo di capomandamento di Castelvetrano, la sua città natale, rimpiazzando il genitore morto in latitanza.

I Messina Denaro hanno fatto parte della cupola, il consiglio supremo dominato da Totò Riina, sostenendo nel 1992 la decisione di sfidare lo Stato con le stragi. Il giovane Matteo avrebbe impugnato le armi in prima persona, mettendosi a disposizione per i progetti di attentato contro l’allora ministro Claudio Martelli e contro Giovanni Falcone: agguati che si sarebbero dovuti compiere a Roma. E anche dopo la cattura del padrino corleonese, i Messina Denaro avrebbero portato avanti la linea della guerra totale, finché l’insediamento al vertice di Bernardo Provenzano non ha determinato la fine della stagione di fuoco.

In quegli anni, l’autorità di Messina Denaro sembra essersi estesa pure a zone dell’Agrigentino e del Palermitano, più che altro per colmare i vuoti nei ranghi dello schieramento fedele ai corleonesi. Poi l’aumento di pressione da parte degli investigatori dopo il decesso del padre, lo ha spinto a ritirarsi nei suoi fedi, tra Castelvetrano e Marsala. Si sarebbe concentrato sugli affari e sulla gestione della fuga, diventata sempre più complicata per i continui blitz di polizia e carabinieri. Ma non è mai stato registrato dagli inquirenti un suo ruolo di comando nella condotta di Cosa Nostra.

Resta quindi una domanda: chi è oggi il grande padrino della mafia siciliana? Su questo punto magistrati, investigatori e studiosi conducono da tempo un lungo dibattito. Ma c’è la forte convinzione che oggi non esista più un’organizzazione centrale stabile: persino la cosiddetta “Commissione provinciale” di Palermo che decideva i vertici e le strategie non sarebbe neppure in grado di riunirsi per deliberare. Niente assemblee della Commissione e quindi nessun “capo dei capi”.  

Lo sostengono, ad esempio, Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino nel libro “Modelli criminali” appena pubblicato per Laterza. Il procuratore di Roma e il suo vice, che hanno lavorato per anni a Palermo, scrivono: “Se è ormai provato che la Commissione provinciale, almeno da un punto vista formale, non ha mai cessato di esistere, non vi è dubbio che dopo l’arresto di Salvatore Riina, il 15 gennaio 1993, essa non sia stata più riunita. Fino a tale data – e durante i dieci anni precedenti – alla Commissione, sempre presieduta dallo stesso Riina, prendevano parte tutti i capimandamento della provincia di Palermo, secondo un modello di formale corrispondenza tra vertice e territorio”.

La reazione delle istituzioni dopo le stragi ha messo in crisi questo sistema: “Prima l’arresto di numerosi componenti di tale gruppo, poi quello dello stesso Provenzano hanno aperto una nuova fase. Come in altri momenti di crisi, divenuti impraticabili i moduli di governo dell’organizzazione – fondati, almeno nella sostanza, sull’azione dei capi più autorevoli – , la sopravvivenza della struttura organizzativa e la ricerca di nuovi equilibri con l’affermazione di una nuova dirigenza, in assenza di capi riconosciuti in stato di libertà, sono state affidate alla rivitalizzazione delle regole formali. Il tentativo, operato proprio nell’ultimo periodo, di una stabile ricostituzione della Commissione, mai formalmente cancellata, non ha tuttavia sortito alcun effetto per l’intervento, rivelatosi ancora una volta tempestivo, degli organi repressivi dello Stato con l’arresto, l’11 dicembre 2018, di numerose persone tra cui il boss Settimo Mineo, definito dalla stampa “il nuovo capo di Cosa nostra”, che però aveva appena ripreso la sua attività da pochi mesi, dopo essere stato detenuto per molti anni. La ricerca di nuovi equilibri e di una nuova leadership non sembra aver avuto ancora un approdo”.

Attenzione però. La mafia palermitana ha subìto colpi durissimi ma non è stata debellata. E guarda al futuro partendo dalla sua tradizione, cercando di dare nuova linfa alle regole più antiche. Finora non è ancora riuscita a trovare un capo in grado di rilanciare l’azione criminale. Continua però a tentare la riscossa. E aspetta solo che l’attenzione delle istituzioni cominci a calare.