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Reggio Calabria, rinviati a giudizio il sindaco Falcomatà e la sua prima giunta


REGGIO CALABRIA – Abuso d’ufficio e falso. Sono queste le accuse che il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà e tutta la sua prima giunta dovranno a vario titolo affrontare nel processo per il cosiddetto “Caso Miramare”, antico albergo oggi parte del patrimonio edilizio del Comune che l’amministrazione comunale avrebbe tentato di assegnare ad un imprenditore “amico” con una delibera ad hoc. Una disposizione poi rimasta inattuata ma che per il pm Walter Ignazzitto e il procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni magistrati non cancella il reato.

Secondo l’accusa, l’imprenditore Paolo Zagarella sarebbe stato favorito in cambio del sostegno offerto al sindaco durante la campagna elettorale per le primarie in città, durante la quale ha messo a disposizione di Falcomatà una sede elettorale in pieno centro. Circostanze che devono essere portate all’attenzione del tribunale secondo il giudice per le indagini preliminari, che per questo oggi ha ordinato il processo per il primo cittadino e i suoi assessori dell’epoca, come pure per la segretaria comunale Giovanna Acquaviva, la dirigente Maria Luisa Spanò e l’imprenditore Paolo Zagarella. Ma a giudizio per i medesimi reati, ma con rito abbreviato, dovrà andare anche l’ex assessore Angela Marcianò, grande accusatrice di Falcomatà, ma anche lei firmataria della delibera “incriminata”.

I fatti risalgono all’estate del 2015. La Giunta era insediata da meno di un anno e la città stava iniziando a muovere in autonomia i primi passi dopo il lungo commissariamento per mafia e con il risicato margine di manovra imposto da un trentennale piano di rientro. Ma per i magistrati sindaco e assessori avrebbero trovato tempo e modo per progettare insieme a Zagarella una manovra per assegnare alla sua associazione il Miramare. Per quel prestigioso hotel affacciato sullo Stretto – hanno fatto pesare i magistrati – non solo all’epoca non è stata bandita alcuna gara, ma non sarebbero state neanche vagliate le capacità tecniche, giuridiche ed economiche dell’associazione di Zagarella. Ancor prima dell’approvazione della delibera, l’imprenditore ha avuto in mano le chiavi dell’immobile.

“Si trattava solo di un’ipotesi, un esperimento per capire come sfruttare l’edificio”. hanno tentato di giustificarsi sindaco e giunta. Ma a complicare il quadro e a renderlo estremamente sospetto per i magistrati ci sono i rapporti personali che legano l’imprenditore e il sindaco. Con Zagarella, Falcomatà era in debito (quantomeno morale) per la sede concessa gratuitamente durante la campagna elettorale – dice la pubblica accusa – avrebbe dovuto “astenersi in presenza di un interesse proprio che ne inficiava l’imparzialità”. Un conflitto di interessi su cui adesso toccherà al tribunale pronunciarsi.
 



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